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Utente: Nonnobizzarro
Nonnobizzarro ha cercato di essere solo un essere umano, ma non ci è riuscito. Troppi inconvenienti. Adesso indosserà di nuovo il mantello per difendere se stesso e ciò in cui non crede.

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venerdì, 27 ottobre 2006
Una nuova casa.

Sono emigrato.

http://blog.libero.it/nuovispigoli/

 

Postato da: Nonnobizzarro a 04:40 | link | commenti |

sabato, 29 luglio 2006
Tu come lo prendi il caffè?

Dicono che lo zucchero sia il carburante del corpo umano. Ha senso quindi, credo, che quella in cui era impiegata mia nonna fosse una “raffineria” di zucchero. Che dentro ci si lavorasse il greggio (barbabietole) fino a farne un prodotto raffinato e finito, pronto da inscatolare e spedire in giro per gli Stati Uniti. Così che tutti potessero addolcire il caffè del lunedì mattina e trovare le forze per andare a lavoro, mandando avanti la grande macchina a stelle e strisce.

È sorprendente, a pensarci bene, che non ci sia mai stato un presidente, repubblicano o democratico (poco cambia), che abbia dichiarato guerra ad un altro stato per mettere le mani sulle sue riserve di zucchero.

Comunque, davanti alla finestra dell’appartamento di mia nonna, al numero 2 di Sunnyside Drive, a Yonkers N.Y., ci stava e ci sta una ciminiera. Sarà alta una ventina di metri. Siccome l’appartamento è all’undicesimo piano si vede proprio bene ed è perfettamente in linea con l’orizzonte.

Sopra a questa ciminiera ci brucia una fiamma. Si vede di notte, quando la raffineria è vuota e gli operai sono a casa a riposare, e si vede di giorno, quando il sole invade le strade e tutti quei precari lavorano scambiandosi battute in spagnolo.

Brilla d’estate, quando la temperatura tocca i quaranta e i ragazzi di colore si tuffano dal molo abbandonato nelle acque dell’Hudson River che scorre poco più in là, e brilla d’inverno, quando la temperatura scende sotto i venti e nel fiume galleggiano grandi pezzi di ghiaccio che la corrente spinge fino alla statua della libertà.

La raffineria sta lì dal 1906. Lo so perché qualche giorno fa è venuto il sindaco con la banda e tutto, e sulla facciata di mattoni rossi hanno appeso una targa di bronzo che lo dice chiaramente.  

A quanto ne so, per tutto questi anni, un secolo tondo tondo, quella fiamma è sempre rimasta accesa.

Tom Bolster, il vecchio irlandese che sta sempre seduto all’angolo della strada, dice che la fiamma è stata spenta solo durante la grande depressione del ’29. È una cosa un po’ difficile da credere, perchè cento anni sono un mucchio di tempo per un fuoco. E poi Tom è un po’ rincoglionito. Durante la seconda guerra mondiale è stato colpito da una granata e in mezzo agli occhi ha un grosso buco.

Comunque Tom è una specie di istituzione nel quartiere. C’è gente che pronta giurare che sta seduto lì da sempre, da quando era giovane e quindi, forse, vale la pena di fidarsi di quello che dice.

Insomma questa fiamma illumina la strada da cento anni e tutti ormai ci siamo abituati vederla lì. Un po’ la diamo per scontata, come se facesse parte del paesaggio, come se fosse una cosa naturale e senza tempo, come l’Hudson che scorre e il bosco che sta sull’altra sponda e che ciclicamente, col passare delle stagioni, cambia colore.

Mia nonna invece è morta quattro anni fa. La notte di capodanno. Complicazioni respiratorie, fegato malridotto e 86 anni di vita intensa sul cuore.

Non ha fatto in tempo a vedere il sindaco che inaugurava quella targa e la banda che suonava e la gente che applaudiva. Peccato. Penso che gli sarebbe piaciuto.

Ha lavorato in quella raffineria per quasi mezzo secolo, senza mai lamentarsi, senza mai prendersi un giorno di malattia che non fosse strettamente necessario e se anche la cosa renderà infelici i lettori di formazione marxista, sono quasi certo che a mia nonna lavorare lì dentro piacesse proprio.

Ad essere del tutto onesti devo anche dire che mia nonna il lunedì mattina il caffè amava prenderlo amaro.

Postato da: Nonnobizzarro a 14:26 | link | commenti (1) |

mercoledì, 12 aprile 2006
L'iguana

Seconda parte del nono inning. Due eliminati. Il punteggio è di 3 a 2, ma c’è un uomo in prima, uno in seconda, uno in terza. Per Machado è la peggiore situazione possibile. Certo basta un solo out per chiudere la partita, ma al piatto per l’Italieri Bologna c’è Claudio Liverziani che da sei stagioni è il miglior battitore della squadra romagnola. Il venezuelano, meglio noto come l’iguana, per via di una sua predilezione per la carne di quel rettile che si fa spedire appositamente dagli Stati Uniti, si prepara al lancio.

 Uno slider… dovrei lanciargli uno slider… al centro. Non se lo aspetta come primo lancio…Intanto metto da parte uno strike…Ha già funzionato… Con battitori molto più forti di lui… anche quella volta contro Pittsburgh… identica situazione. Al piatto c’era Barry Bonds… Se ha funzionato con lui… Eh no cazzo la stronza sta di nuovo parcheggiando quel cazzo di cesso davanti al mio garage… Vaffanculo lo fa apposta… Guardala la grassona… fa schifo! Le balla il grasso mentre cammina…

Uno slider! Al centro! Liverziani non si lascia ingannare e manda la palla in Foul. È una bella battaglia quella alla quale stiamo assistendo. Julio Machado ha esordito giovanissimo in Major League nel 1990 giocando una stagione ad ottimi livelli come lanciatore di rilievo nei New York Mets. Liverziani, d’altro canto, è da anni uno dei migliori del campionato italiano.

Ora una veloce… vicino alle mani… I lanci interni non piacciono a nessun battitore… Come faceva Nolan Ryan… Non c’è mai stato nulla di nemmeno paragonabile al vecchio Ryan Express…Alla mia età nei Texas Rangers ancora faceva uno strikeout dopo l’altro.  Devo stare attento però… Non devo andargli troppo vicino… se lo colpisco mando tutto all’aria… Ehi  stronza! Spiegami per quale cazzo di ragione insisti a metter il tuo cazzo di cesso davanti al mio garage! Vaffanculo te lo avrò detto un centinaio di volte e tu niente… non te ne frega un cazzo… Il pomeriggio devo andare agli allenamenti e la mia cazzo di Subaru non ci passa così!

Ball. Palla interna e veloce, ma fuori dal piatto. Il conto è un Ball e uno Strike. L’iguana mantiene ancora una certa velocità considerato che ha da poco superato i quaranta. È questo che ha convinto la dirigenza della Fiume Costruzioni Modena e a quanto pare fino ad ora si è trattato di un buon investimento. Ma vediamo come esce da questa situazione. Ecco si prepara al lancio…

Una curva. Fuori… sarà la decima oggi… troppe… mi fa male la spalla… Doc Gooden si è giocato il tendine a forza di curve… non riusciva più a fare un out… già… ma  è stata l’eroina a fotterlo… a lui e a Strawberry… Gli è venuto pure un cancro a quello… cristo.  Beh sono cazzi tuoi se passi tutto il giorno dietro alla cassa di un super mercato… Vuol dire che non hai saputo fare di meglio razza di puttana. Io gioco per vivere… e allora? Vuol dire che lo so fare così bene che la gente è disposta a pagare per vedermi quando lo faccio!

Liverziani gira e… un altro Foul. Credo che Machado sia stanco. Il suo controllo non mi sembra più quello di inizio partita. D’altronde è normale. Ha fatto più di cento lanci. Nella sua unica stagione in Major League, l’iguana ha totalizzato una media punti di 3.45 ed ha ammassato ben 98 strikeout in solo 88 inning. New York quell’anno si è piazzata seconda in classifica dopo i Pirati di Pittsburgh di Barry Bonds, il più prolifico battitore di tutti i tempi, che in quella occasione si è aggiudicato per la prima volta il premio come miglior giocatore del torneo. Tra l’altro noto adesso guardando i miei fogli che i due sono anche coetanei.

Bene. Ho un leggero vantaggio. Mi basta uno strike e lo faccio fuori. Non è male però. Pensavo peggio. È piuttosto veloce. Un altro slider… sull’esterno.  Se cambio velocità è fatta…Il ritmo è la chiave… devi mandarli fuori tempo… come faceva Tommy John dopo l’operazione…Qui l’unica stronza a cui dà fastidio il volume sei tu, mi pare! E poi quello che faccio la notte non sono cazzi tuoi capito?! Se c’è troppo rumore vattene a fare in culo da un'altra parte!

Ball. Machado tenta di far cadere Liverziani nella sua trappola, ma l’interbase del Bologna non si fa ingannare. Per la verità sul punteggio di uno a due uno Slider è un lancio piuttosto prevedibile. Forse confidava che la palla prendesse più effetto. I quella squadra dei Mets giocavano anche Doc Gooden, Darryl Strawberry, Howard Johnson e il piccolo lanciatore italo americano John Franco che quest’anno è stato introdotto nella prestigiosa Hall of Fame di Cooperstown. Ad ogni modo siamo sul due a due.

Una veloce… no… un altro slider… no meglio una veloce… forse un’altra posso lanciarla…  ma non ho più birra… non devo metterla troppo al centro… solo un'altra ti prego!  Come diavolo faceva Ryan a toccare le cento miglia orarie a 47 anni suonati? Certo non era alto solo cinque piedi e nove pollici come me…Come cazzo ti permetti di darmi del drogato razza di puttana! Ma ti sei vista brutta cicciona? Fai schifo! Nemmeno un cieco ti scoperebbe per quanto sei flaccida! Sembri un fottuto materasso ad acqua con le gambe!

Una veloce sul filo. Ball. Liverziani fa per colpire la palla ma si interrompe in tempo. L’arbitro dice che è tutto regolare. È un Ball. Conto pieno. Il prossimo lancio è quello decisivo. È questo il bello del baseball. Un’intera gara può dipendere dall’esito di un solo lancio. Il mister chiama tempo e si dirige verso il monte di lancio. Vorrà sincerarsi delle condizioni del suo lanciatore. Come dicevo prima quella nei Mets è stata l’unica stagione nelle Major League per l’iguana Julio Machado. La sua carriera ha subito uno stop di quasi quindici anni per via di alcuni problemi personali, per la verità piuttosto gravi, durante i quali è stato forzatamente lontano dall’attività professionistica. L’iguana parla con Castroni, fa sì con la testa. Vuole continuare. D’altronde manca solo un lancio. Non avrebbe senso abbandonare ora la partita. Machado torna in posizione.

Col cazzo Mister che gli lancio un'altra veloce… Quello non aspetta altro… Ci vuole una curva…Una bella curva vicino alle mani… come quelle che tirava Doc… quando manchi una di quelle vai talmente fuori giri che ti si piegano le ginocchia… Quella stronza sta bucando le gomme della mia Subaro… La  mia Subaru porca puttana! La mia Subaru! Io l’ammazzo… quanto e vero iddio… adesso prendo la cazzo di pistola e gli sparo un colpi in testa a questa puttana… L'ammazzo, lardosa cicciona! Gli faccio un buco in testa! 

Liverzani colpisce la palla! Gran botta! È alta, è alta. L’esterno centro Passalacqua è lì sotto… salta e… la prende! Signori! Che presa straordinaria! Passalacqua il giovane esterno del Modena  letteralmente prende la partita nelle sue mani e porta a casa il risultato. Il Leader Fiume Costruzioni Modena sconfigge l’Italieri Bologna e si aggiudica la prima partita del campionato italiano 2006 grazie ad una presa strepitosa del diciannovenne Andrea Passalacqua che tira fuori dai guai un comunque efficace Julio Machado. L’iguana ritorna così, con una vittoria nel campionato italiano, al baseball professionistico.

Postato da: Nonnobizzarro a 22:15 | link | commenti (1) |

lunedì, 03 aprile 2006
Oggi me so’ svejato presto…

Ci avevo na smania derentro ar petto… che manco io ce capivo gnente. E allora me so arzato in mutanne e così svestito me so’ affacciato alla finestra. Bello… me so’ detto… Roma mia… ner silenzio… uno se dovrebbe sveja presto sempre… ma a me dormi’ me piace… sarà che a me dormi' m’è sempre venuto tanto bene… alla donna mia je facevo tanta invidia… vajelo a spiega' te che dormo bene perché vivo male.
Insomma me ne stavo lì sul sojo che parevo er duce a Piazza Venezia... quando me so accorto che sto silenzio... nun stava zitto manco pe gnente! Eh no!
Perchè ce stavano sull’arberi del viale de casa mia... mille... dumila... cinquemila ucelletti che strillaveno come addannati.
Facevano na caciara che se non me svejava la smania ce pensavano quelli…

Ho fatto pe chiude la finestra... e me so’ girato verso er letto... voto… Quella stronza nu c’è più… ho pensato... mejo così…
certo che tra le lenzuola… nuda… faceva un bell’effetto. Vabbè… a quella lì meno ce penso mejo è…
E allora… gnente… me so’ affacciato de nuovo a sta benedetta finestra...
A quer punto dentro ar capoccione mio se fatto strada un pensiero... un idea… Piccola, sverta… un pigolio… no… più un cra… sì... il cra cra di un corvo…
E allora ho capito qualcosa… o forse m'è parso de capi’.
Cosa? Questo qui…
 
L’ucelletti se parleno dalle sei alle sei e mezza. In pratica dar primo sole ar primo clakeson de machina che passa e va al lavoro. 'Na mezz’ora sì e no… per disse tutto quello che ci hanno da di’. Poi passerotti, cornacchie, corvacci e quant'altro se ne vanno in giro a fa' le loro cose… (e per fortuna a vorte capita che le fanno pure in testa a quarche statua de quarche ber politco importante oltre che su la machina mia) insomma... volano... e se je viè na cosa importante da di'… magari se la segnano per quando vie' sera… ma la notte tocca dormi’ che a sbatte l'ali se fa fatica… e allora aspettano... Poi quand'è che di nuovo se arza il sole... metti che se sveja alle sei come me quando c'ho la smania… via tutti sti pennuti giù a parlasse in fretta, in fretta, sverti, sverti pe' raccontasse tutto quello che se devono da raccontà.
Che te lo dico a fa' che Alla fine nun se capisce 'n cazzo uguale?
Normale dico io! Se parlano addosso tutti quanti!
Come fanno quelli ar parlamento!
Come fanno i regazzini quando giocano a pallone!
Come facevamo io e l'amore mio!

Già... io e l'amore mio... 

Che voi fa' ho pensato...
la natura parla...
ma noi non ascoltiamo...

Postato da: Nonnobizzarro a 23:21 | link | commenti |

5 minuti di amarezza...

Mio nonno dopo la guerra entrò in banca. Aveva un diploma di ragioniere. Con il suo stipendio è riuscito a crescere tre figli, mandarli all'università (con alterni risultati). Mantenere una moglie che non lavorava. Comprare una casa molto grande e una villetta al mare. Morì che era in pensione. Aveva più di settantanni.

Mio padre nel 1968 entrò in banca. Mio nonno gli fece avere un posto in una filiale di Roma. Aveva la licenza liceale. Voleva fare l'artista. Accettò il compromesso con dolore. Lo stipendio era abbastanza buono. Ora ha una pensione. Una casa. Un figlio.Una moglie. Un cane. Con i soldi della pensione mantiene, con difficoltà, tutti e tre.

Io ho trent'anni. Una laurea, un master e sono disoccupato. Non ho una raccomandazione per la banca, da anni non ne accettano più. Sarei uno sceneggiatore ma non può accorgersene nessuno perchè film non se ne producono molti. Non ho figli. Non ho moglie. Il mio compromesso con la vita vera è il callcenter, oppure, un macjob con cui non comprerò mai alcuna casa, stenterò a crescere anche solo un figlio e probabilmente non arriverò mai alla pensione.

A parità di compromessi... alla nostra generazione è garantito un calcio in culo.

Perciò non chiedetemi più perchè sono così scazzato per favore.

Postato da: Nonnobizzarro a 17:47 | link | commenti (5) |

giovedì, 16 marzo 2006
Il gatto poggiava il suo culo sulla tomba di tale Caterina Merisi

Nata il 16 Marzo del 1877 e morta il 22 Novembre del 1963. I suoi cari la piangevano con dolore.

Con dolore negli anni sessanta, certo. Negli anni settanta, già se ne erano fatti una ragione e negli anni ottanta, sicuramente l’avevano bella che dimenticata. Tanto che non c’erano fiori, nemmeno secchi, vicino alla lapide, se si esclude il mazzo di gladioli di plastica che il giardiniere del Verano concede un po’ a tutti. 

Forse per questo motivo il gatto grigio li guardava con occhi gialli. Non i fiori di plastica. No. A quelli era abituato. Ciò che attirava la sua attenzione era quella coppia di esseri umani che ci stava dietro, ai fiori. Li trovava strani. Davvero mal assortiti. E, bisogna concederglielo, un po’ buffi lo erano davvero.

Y, sulla trentina, era alto un metro e ottantacinque ed era secco come solo i poeti sanno essere. Indossava un vecchio berretto di lana, una giacca di velluto marrone ed una sciarpa a colori rubata in un locale ad un turista irlandese (che per la verità se l’era dimenticata sulla sedia). Quell’abbinamento era la sua divisa da intellettuale. All’inizio ci si era trovato male dentro, ma poi aveva metabolizzato il cambiamento, il diventare adulti e soprattutto la fine del Grunge come movimento estetico di rilievo. Aveva la faccia da buono Y, e, malgrado a lui non piacesse ammetterlo, lo era.  

X, dal canto suo, aveva appena superati la boa dei venti. Era alta un metro e sessantaquattro ed era morbida come solo le donne sanno essere. Portava un paio di occhiali da segretaria, a nascondere il più bel paio di occhi che Y avesse mai visto. Aveva indosso un cappotto viola, un berretto alla Dalì e ai piedi un paio di stivali alti e neri con i lacci che le davano un’andatura un po’ militaresca. Andatura smentita per altro da tutto il resto del suo incedere.

Il gatto li guardò. Ancora un po’. La loro presenza non lo allarmava per niente. Quei due, insieme, non avrebbero spaventato nemmeno… ehm, un gatto, appunto. Ed allora decise che era arrivato il momento di farsi il bidet. E quindi cominciò.

X e Y non ci fecero nemmeno caso o comunque non ci trovarono nulla di disdicevole. Anche perché erano troppo presi dalla loro ricerca per pensare alla decenza. Si guardavano attorno, spaesati. Quel crocicchio era solo l’ennesimo punto in cui i due potevano rischiare di perdersi.

“A destra, segui le mura, vai in fondo ci sta una specie di torre, ci giri a torno, superi la piazzola e sta lì.” Aveva detto il robusto giardiniere con i capelli meshati.  E loro così avevano fatto. Ma non avevano trovato nulla.

Allora avevano chiesto al conducente dl bus B, quello che fa il giro del cimitero scarrozzando vecchiette che non hanno più un marito che le scarrozzi.

“Scusate io non so.” Aveva risposto lui con accento marcatamente magrebino.

Ad un custode, intento a dissotterrare qualcuno, avevano chiesto indicazioni, ma quello con accento marcatamente romano, aveva risposto: “Ma che ne so io n’do stanno i parenti vostri… ma guarda te questi!”

X e Y avrebbero voluto spiegare allo scortese aborigeno che la tomba che cercavano non era di un loro parente, ma quella di un grande poeta che aveva cantato sorridendo delle contraddizioni dello stare al mondo! E che per giunta era diventato anche famoso facendolo! Anche se bisogna dire che fu gloria perlopiù postuma (è la sorte che tocca solo ai più grandi). Morto in un incidente d’auto la notte del 1 Giugno 1981, che, però, tecnicamente era in realtà la mattina del 2.

Insomma si guardavano attorno con aria spaesata. A destra? A sinistra? Dritto per diritto? Nemmeno alle passate elezioni politiche si erano sentiti così disorientati.

Il micio smise le sue pulizie. E tornò a guardarli, interessato. Y si sentì osservato. Si voltò verso il grigio felino e poi fu colto da un lampo di genio: “Vediamo se funziona…” fece Y alla ragazza che lo contemplava spaesata.

“Micio, mi scusi del disturbo, ma… saprebbe indicarmi dove è situata la tomba di Rino Gaetano? Sono ore che la cerchiamo inutilmente ed essendo lei più pratico del posto magari lo sa…”

X prese a guardarsi gli stivali. E per fortuna che ha trent’anni, pensò tra sé. Però sorrideva. E Y se ne accorse con la coda dell’occhio.

“Sei proprio scemo.” Disse lei. Lui rispose: “Sì, lo so.” E poi aggiunse: “Che facciamo lasciamo perdere?”

In quel momento il gatto si alzò, si stiracchiò, sbadigliò, lì guardò ancora una volta e s’infilò tra le lapidi.

X guardò Y con i suoi meravigliosi occhi azzurri. Lui scorse ciò che aveva sempre cercato. Ma non ebbe coraggio di dirglielo. Poi lei sorrise, gli afferrò il braccio ed esplose: “Andiamo! Vuole che lo seguiamo!”

Y rise, mentre lei lo trascinò tra le lapidi.

Mi piacerebbe affermare che il gatto li condusse proprio davanti alla tomba del cantautore, ma non posso dirlo con certezza. Quello che posso dire è che 1) X e Y si baciarono, per la prima volta in quel cimitero e piacque molto ad entrambi. 2)La signora Caterina Merisi fu felice di quel curioso intermezzo nella sua eternità. 3) Che anche mio fratello, come quello di Rino, è figlio unico.

Postato da: Nonnobizzarro a 18:14 | link | commenti (1) |

giovedì, 09 marzo 2006
Firmammo insieme, l'inverno del 76.

Angeli, con ali e tutto il resto. Così prevedeva il contratto sindacale.  E a noi andava più che bene così. Il mio amico era uno serio. L'avrebbe fatto gratis. Io, invece, pur di volare, se avessi potuto, avrei fatto anche l'aereo. 

Il suo primo incarico aveva appena vent’anni, gli occhi verdi e la passione per i buchi. Lui ci mise impegno e buona volontà ma nonostante questo, quelli della polizia la trovarono ormai fredda lungo le rotaie del binario ventisette. E' difficile arrendersi all'evidenza, al fatto che loro non si vogliono far aiutare. E poi è  così svilente fare un lavoro inutile. Si finisce per impazzire. Per andare avanti, qualcuno si adatta a fingere di lavorare e così il tempo passa che nemmeno te ne rendi conto. Anch’io ho fatto così.  A Me, in fondo, di quel posto piaceva solo il fatto di volare..

Le nuvole. Leggere. Candide. Mi piaceva passarci in mezzo. Mi rendeva felice. O almeno era una sensazione che ci andava vicino.

Io e il mio amico ci perdemmo di vista. Per un po'. Un bel po'.

Ci incontrammo anni dopo. Quasi per caso. Aveva il volto stanco, ma parlammo lo stesso di lavoro. Mi disse che gli sarebbe piaciuto smettere, che gli sarebbe piaciuto atterrare, strapparsi quelle ali e fare una vita normale. Ma non è così che funziona. Non per noi. E poi volare era la sola cosa che sapeva fare.  

E poi ci perdemmo di nuovo. Non ne sentii più parlare. Qualcuno sosteneva che era morto, qualcun altro nemmeno ricordava. Io stesso, mi dimenticai persino com’era fatta la sua faccia.

Poi un giorno un collega mi disse che uno di noi era caduto. era un sacco di tempo che non succedeva. Ci fu un’indagine interna che, però non arrivò a nulla, ma per un po' le cose tornarono tranquille. Poi, qualche tempo dopo, ci fu un altro caso. Poi un altro, poi un altro ancora. Ad un certo punto non passava giorno che uno di noi non cadesse a terra. Era stano. Erano tutti preoccupati.

Finché, naturalmente, non è arrivato il mio turno.

Il proiettile mi ha colpito ad una spalla. Ho cercato di restare in quota, ma inutilmente. Sono andato giù come un sacco di patate. Senza controllo per la prima volta.

Con la coda dell'occhio ho visto a terra su una collina verde, il mio amico.

Ho messo meglio a fuco. Se ne stava in ginocchio. Aveva tra le mani un fucile risalente alla prima guerra mondiale. Vecchio ma evidentemente ancora affidabile. Sulla sua schiena c'erano due grandi cicatrici, proprio all'altezza delle ali. Se ne stava lì nudo e piangeva.

L'impatto è stato terribile, ma al tempo stesso insperato e dolcissimo. Oltre al dolore lancinante che provavo per tutto il corpo, finalmente potevo sentire l'erba accarezzarmi la schiena, il peso della mia carne sulla terra ferma, il solletico dolce delle formiche che mi camminavano addosso. 

Ora sto qui. Dal cielo scendono lentamente un po' di piume. Le mie. Ho capito di essere stanco. Ho capito che non ho più voglia di volare. Ho capito che solo ora sono veramente felice.

Il mio amico è l'unico angelo che io abbia conosciuto e questo è il suo dono per me.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Postato da: Nonnobizzarro a 15:04 | link | commenti |

domenica, 19 febbraio 2006
I serial killer cercano solo un po' d’amore.

È terribile ma probabilmente vero. Spesso i crimini più efferati nascono da un desiderio frustrato di calore. Molti assassini seriali riescono a raggiungere l’orgasmo solo uccidendo, come se avere tra le mani la vita di qualcuno sia l’unico avvicinamento possibile al prossimo. È questa spietata legge del desiderio, quest’incapacità penosa e cronica di provare piacere altrimenti che sovente spinge ad uccidere. Il sesso è la moneta più pregiata nel competitivo mercato dell’amore. Tutti ne hanno un gran desiderio, ma non tutti possono comprarne la stessa quantità e soprattutto la medesima qualità. È questa fame che abbiamo tutti che ci spinge a vivere, a sognare, a progettualizzare, è questa fame che talvolta ci spinge ad uccidere.

Il 26 Luglio del 1984, nel reparto psichiatrico dell'ospedale di Waden Wisconsin, per via di un cancro, muore all'età di quasi 80 anni, Ed Gein. Ospite tranquillo, silenzioso, cooperativo, oseremmo dire “modello” dell’istituto di detenzione.

Ed era nato nel 1906 da suo padre, George, uno sfaccendato alcolizzato e da sua madre, Augusta, una donna dura, dominante, una fanatica cattolica. La coppia gestiva una drogheria in un paesino chiamato La Crosse, nel Wisconsin. Il giovane Ed viveva con loro e con suo fratello maggiore Henry, saltando spesso la scuola e dando malvolentieri una mano in bottega.

Nel 1914 la famiglia si trasferisce in una grande fattoria immersa tra i platani di un fitto bosco. La casa è piuttosto lontana dal centro abitato. Ma la signora Augusta è contenta di questo. Lontano dalla cittadina, le tentazioni scemano. Così il tempo comincia a scorrere rapidamente. Molto rapidamente.

Nel 1940 il signor Gein muore. Eddie trova lavoro come baby sitter per i bambini del vicinato.

Il 16 Maggio del 1944 Henry e Eddie si trovano da soli nel bosco. Vi trascorrono molto tempo. A fine giornata Eddie torna a casa. Suo fratello, No. Di Henry non si viene a sapere più nulla.

Il 29 Dicembre 1945 è la signora Augusta a morire. Infarto. Il secondo. Troppi pensieri. Troppe preoccupazioni.

Eddie, rimasto solo, decide ugualmente di restare in quella fattoria. Ha quaranta anni. Non ha amici, se si esclude, Gus, un ragazzo con problemi mentali. Non ha mai avuto rapporti, anche solo d’amicizia, con donne. La signora Augusta le considerava strumenti del demonio e vietava a Ed e a suo fratello Henry di frequentarle. Eddie ha una sola passione: le raccolte di racconti Pulp che colleziona e legge avidamente durante le sue giornate.

Quando nel 1957 i poliziotti entrano nella fattoria dei Gein l’odore dei cadaveri in decomposizione, è intollerabile. Un corpo femminile senza testa mutilato dei suoi organi genitali, pende, sottosopra, da un gancio da macellaio attaccato sul soffitto. La testa ed i suoi intestini sono rinvenuti in una scatola e il suo cuore in un vaso di ceramica chiuso nel forno, in cucina. Successive perquisizioni portano alla luce i resti macabramente conservati di altre 15 donne (paralumi in pelle umana, recipienti ricavati da teschi ed ogni altro tipo di oggettistica del genere).

Il 20 Marzo del 1958, di mattina presto, qualcuno dà fuoco alla fattoria de Gein e quando arrivano i pompieri, c’è poco da fare. Probabilmente gli abitanti di La Crosse s’erano stancati del macabro pellegrinaggio che centinaia di curiosi da tutto il paese facevano per vedere “la casa degli orrori”. Quando Ed Gein, in custodia presso il manicomio criminale, lo viene a sapere, scrolla le spalle e dice solo “Forse è meglio così.”

Postato da: Nonnobizzarro a 19:32 | link | commenti (3) |

domenica, 29 gennaio 2006
A cosa pensano le donne quando fanno l’amore?

X se ne stava distesa sul letto, a contemplare l’assurda foggia di quell’armadio, mentre l’uomo su di lei si dava da fare per mostrarle tutta la sua noiosa virilità.

Quel guardaroba enorme, scuro e vecchio doveva pesare più di cento chili, pensò X, per questo nessuno se l’era mai sentita di spostarlo. La stanza era cambiata negli anni, ma quel catafalco era rimasto sempre lì, capace di sopportare con sorprendente testardaggine innumerevoli modelli di carta da parati di dubbio gusto.

Quando l’uomo ebbe finito, X si mise seduta sul materasso e si accese una sigaretta. Per un attimo guardò l’uomo e lo trovò persino rassicurante nella sua impersonalità, poi tornò a guardare l’armadio.

I due non scambiarono una sola parola. L’uomo pareva soddisfatto della propria esibizione, ma aveva addosso quell’imbarazzo tipico che hanno i venditori porta a porta di aspirapolvere quando hanno terminato il loro discorso imparato a memoria e aspettano solo un entusiasta: “Sì. Lo compro!”. Era chiaro ad entrambi che questa volta nessuno avrebbe comprato nulla, ma lo spettacolo doveva andare avanti ed allora anche lui si accese una sigaretta.

X andò in bagno a fare pipì, come fanno tutte le donne dopo aver fatto l’amore e lui, come tutti gli uomini che si ritrovano da soli nudi in un letto di una stanza inesplorata, prese a guardarsi attorno. Notò sul comodino accanto al talamo, una fotografia. La raccolse e se la girò tra le mani: ritraeva un signore dall’aspetto massiccio con una folta barba scura. Il bianco e nero della stampa velava un goffo tentativo di riporto teso a coprire un’incipiente stempiatura, nonostante questo, pensò l’uomo accarezzandosi la chioma come a controllare che fosse ancora al proprio posto, il signore della foto sorrideva. Il motivo di tanta allegria doveva risiedere nel fatto che teneva tra le braccia una creatura anch’essa sorridente. Con ogni probabilità X. L’uomo si accorse in quel momento di non aver mai visto la ragazza sorridere, ma non ne fece una questione di virilità.

Notò anche che nel ritratto, sullo sfondo, grande e imponente, era piazzato proprio quello stesso armadio che aveva di fronte agli occhi, quell’armadio che se fosse stato attento avrebbe riconosciuto essere la risposta ad una sua antica e inquieta domanda: “A cosa pensano le donne quando fanno l’amore?” Ma non era un tipo particolarmente perspicace. Perciò si alzò, si diresse verso il robusto guardaroba, lo guardò, lo sfiorò ed infine n’apri le ante.

X se ne stava sulla tazza del cesso, ma più che a svolgere le proprie funzioni fisiologiche, si era concessa un attimo per se, come quelle rock star che, per riprendere fiato, fanno una pausa prima del gran finale. Diede l’ultimo tiro alla sigaretta.

Un rumore sordo, come uno sbattere di porte, ruppe il silenzio. X non ne fu turbata, anzi, si asciugò, si alzò, si lavò le mani e con tutta la tranquillità del mondo tirò la catena.

Quando rientrò in camera da letto vide i vestiti dell’uomo che giacevano ai pedi del letto. Di lui in giro nemmeno l’ombra. X raccolse da terra quanto dell’uomo era rimasto e lo sistemò nello sgabuzzino, peraltro ricolmo d’altri oggetti simili. Richiuse la porta. Andò a sedersi nuovamente sul letto e solo allora, alzando gli occhi verso il vecchio catafalco, sorrise.

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a cosa pensano le donne quando f

lunedì, 23 gennaio 2006
Le scimmie di villa Borghese

La prima volta che sentii parlare di Malcom, in effetti, un nome vero e proprio ancora non lo aveva, perché era soltanto un grumo d’indifferenziata nullità nella pancia di sua madre. Maddalena, così si chiamava la ragazza, poco più che ventenne, che lo portava in grembo, la conoscevo e frequentavo sin dai tempi del liceo. Le volevo bene, ma farlo non era sempre facile perché Maddalena era un tipo piuttosto irrequieto.

Ogni tanto veniva da me a raccontarsi davanti ad una tazza di the, a chiedere consigli che poi regolarmente ignorava. L’ultima novità era la storia d’amore con un ragazzo senegalese di nome Aimee. Si erano conosciuti in discoteca di Roma e avevano preso a vedersi spesso. Dopo alcune settimane a base di sesso, gelosie, litigi e incomprensioni, dovute anche al fatto che i due non si capivano molto per via della lingua, decisero di troncare la loro relazione. Tutto questo, però, non prima di aver concepito, inconsapevolmente, quel piccolo grumo di vita.

Quando Maddalena scoprì d’essere incinta, lo venne subito a dire a me anche perché sapeva che a casa la notizia non l’avrebbero presa affatto bene. Mi spiegò che aveva intenzione di tenere nascosto il fatto a Aimee, il padre del nascituro, perché la cosa le avrebbe complicato la vita. Lui, infatti, essendo musulmano, avrebbe preteso certamente di sposarla e lei questo non lo voleva assolutamente. Cercai di spiegarle che non mi sembrava corretto e che forse avrebbe dovuto essere meno egoista e pensare un po’ al bambino. Le dissi che non solo sarebbe stato difficilissimo crescerlo da sola, ma anche che se fosse venuto nero come il padre, in una città razzista come Roma, tutto sarebbe stato persino più complicato, e che, un giorno poi avrebbe dovuto rispondere alla domanda: “Che fine ha fatto mio padre?”. Provai a farla ragionare, ma non fu facile, anzi fu proprio impossibile, tanto che quando ebbi finito il mio pistolotto, Maddalena mi sorrise dicendo: “Se è maschio lo potrei chiamare Malcom, come Malcom X! Perché è solo contro tutti!”. 

Poi mi guardò soddisfatta come se avesse detto qualcosa di sovversivo e di molto acuto. Io per tutta risposta strabuzzai gli occhi, assumendo un’espressione tra l’incredulo e il semplicemente incazzato. Mi resi conto che i miei tentativi erano inutili, la ragazza non mi ascoltava proprio. Mi arresi, ma  tutta la faccenda mi aveva reso molto nervoso.

Nei giorni seguenti la situazione si complicò ulteriormente. La famiglia di Maddalena, una volta venuta a conoscenza della situazione, la cacciò di casa, e la ragazza non sapendo dove andare si rifugiò da me. La cosa, in principio, doveva essere provvisoria, ma ben presto mi resi conto che non lo sarebbe stata. Infatti, giorno dopo giorno, vedevo, la pancia di Maddalena crescere e diventare più grande e più diventava grande e più crescevano anche le mie preoccupazioni. Ogni mattina mi svegliavo con gli occhi pieni d’immagini tratte da un brutto film intitolato: “La triste e misera vita di Malcom bambino”. Questo film immaginario che ogni giorno proiettavo nella mia testa, era una specie di melodramma sudamericano di quelli che sono tutto un susseguirsi di tragedie, confessioni, colpi di scena e vendette. Poi quando ritornavo alla realtà, guardavo Maddalena rotolare dal letto al divano, dal divano al letto, scuotevo la testa, abbassavo gli occhi e mi chiudevo in bagno.

Andò avanti così per un bel po’e poi, finalmente, venne il gran giorno. Accompagnai la mia amica al policlinico e mi sistemai in sala d’attesa. Dopo un tempo che per me sembrò infinito, un’infermiera mi chiamò per dirmi: “È un bel bambino!Venga a vedere!” Mi alzai ed andai alla Nursery. Lì l’infermiera mi guardò in faccia e disse: “Lei però non è il padre, vero?”. Ed io: “Direi proprio di no, lei che ne dice?”. L’infermiera se ne andò indispettita. 

Appiccicai, per guardare meglio, il mio muso sul vetro che mi separava dai neonati. Malcom era disteso pancia all’aria, sfinito, ma pacioso in mezzo ad almeno altri 15 bimbi. Sembrava un puntino nero in mezzo ad un foglio di carta bianco. Era bellissimo. Rimasi incantato lì davanti fino a quando quell’infermiera malefica non mi cacciò di peso. 

Andai a trovare Maddalena che era stanchissima e un po’ intontita dagli antidolorifici. Lei aprì gli occhi e disse: “Com’è? Io l’ho visto appena un attimo”. 

“Malcom è… bellissimo… sei stata brava”. Maddalena sorrise e si addormentò di colpo. 

 

Da quel giorno sono trascorsi diversi anni e se dicessi che tutto da allora è stato rose e fiori direi una menzogna. Tanto per cominciare Maddalena è andata a vivere a Milano ed ha lasciato il figlio ai nonni, con i quali si è riconciliata poco prima di trasferirsi. Ora vive con un uomo separato che non vuole nessun moccioso tra i piedi e quindi pare che le cose rimarranno così per un po’. Di Aimee il papà senegalese non si sa più nulla e sospetto che neanche Maddalena si ricordi più che aspetto abbia. Ogni tanto Malcom fa delle domande scomode, come tutti i bambini di 4-5 anni, ma per ora noi tutti ce la caviamo con un “Ti va un gelato?”.

Certo a volte mi sembra che nasconda dentro di se una bomba ad orologeria emotiva che, alla fine, esploderà e purtroppo non credo proprio di sapere come fare a disinnescarla. Nel mio ruolo, un po’ strano di “zio” acquisito ho cercato negli anni di proteggerlo. Non sempre però ci sono riuscito come avrei voluto, e qualche volta ho proprio fallito. Ci ho provato, però, come ho potuto, come ho saputo. Aiutare un bambino a crescere, più ci si pensa e più sembra un lavoro troppo complicato, per farlo bene. È complicato certamente, per fortuna però se ci si pensa un po’ meno, viene abbastanza naturale. 

Ora lo vado a prendere. Andremo allo zoo a fare una passeggiata. Mi piace raccontargli degli animali e intontirlo di frottole sul fatto che a villa Borghese ci sono le scimmie libere per il parco. Lui però che non è affatto scemo, mi dice sempre: “Io lo so che non ci sono le scimmie”. 

Però se ne sta lo stesso con il naso per aria  nella speranza di vederne una. Mentre lo fa, a me piace guardare i suoi occhi neri curiosi di tutto. Un po’ mi fanno paura e un po’ credo che siano la sua unica speranza.

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domenica, 22 gennaio 2006
Tedio domenicale

"Quanto è buffo 'sto coso!"

Disse la voce tonante.

"Come hai detto che si chiama?" 

 Chiese Dio, che essendo uno e trino

faceva grosse conversazioni con se stesso.

"Uomo, l'ho chiamato, uomo."

Rispose il Padre con tono accondiscendente.

"E quando l'ho fatto?" 

 Disse il Figlio, che siccome era il più giovane 

e non si ricordava bene i suoi

primi giorni di vita, 

faceva sempre un sacco di domande

inopportune.

"Qualche giorno fa, ma è roba da poco,

fango e saliva niente più.” 

 Gli rispose il Padre cercando

di cambiare discorso.

"E perché l'ho fatto?"

Continuò il Figlio, insistente.

"Perché, perché... perché mi andava, ecco!" 

Replicò il Padre sempre più seccato

da tutte quelle domande.

"Mmm..." Mugolò il Figlio, pensandoci su.

"Sei proprio sicuro che sia così inutile?"

S’intromise lo Spirito Santo,

che da sempre s'era mostrato il più sensibile

alle questioni di cuore.

"A me piace..." Disse il Figlio.

"Guardalo! Sta in piedi a fatica! 

Non ha un’aria affidabile!"

Commentò il Padre.

"Io, fossi in te, gli darei un'altra possibilità,

che poi va a finire che te ne penti come al solito"

Finì lo Spirito Santo con tono disinteressato.

"Dai papà, lo possiamo tenere? È così carino...dai, dai!"

Supplicò il figlio.

"Vabbè, lasciamolo lì per ora. Ma al primo sgarro -zack-

lo fulmino senza pensarci un momento!"

Concluse il padre con voce decisa.

"Sì, sì, dai, dai!" 

Detto ciò, i tre s’incamminarono contenti verso casa.  

E lui se ne stava lì nudo per la prima volta.

E lui era orgoglioso di non aver dimenticato

il tempo passato disteso accanto a lei.

E lui voleva toccarla ancora una volta 

per accertarsi d’essere vivo.

E lui non voleva sentire parole che non fossero d'amore.

Così accese la radio ed ascoltò De Andrè cantare:

"In quei giorni perduti a rincorrere il vento

a chiederci un bacio e volerne altri cento

un giorno qualunque li ricorderai

amore che fuggi da me tornerai."  

 

Spense la radio e rimase in silenzio, solo,

davanti ai cancelli chiusi del giardino,

tutto preso a rammentare ciò che aveva 

dimenticato lì dentro.

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giovedì, 19 gennaio 2006
Fingersi bavaresi per un'ora almeno

X entrò nel locale alle otto e mezza in punto. Y era seduta ad un angolo, davanti  un’aranciata ormai sgasata. Fuori faceva freddo, molto freddo. Un vento tagliente e gelido che soffiava da nord faceva tremare l’insegna del Pub. La stanza era piuttosto piccola. I muri erano ricoperti di doghe di legno e tutta l’atmosfera voleva ricordare lontanamente quella di un pub irlandese. Una specie di Dublino sulla Tuscolana.

X cominciò a spogliarsi sbucciandosi come una cipolla, togliendo prima uno strato, poi un altro, posando sulla sedia, nell’ordine: una giacca da neve di un improbabile color arancione, una seconda giacca jeans acquistata a “mondo convenienza” sull’Aurelia,  una sciarpa grigia firmata, regalo della nonna e un primo maglione anti gelo regalo del fratello lavoratore. Decise di tenersi addosso però quel vecchio berretto di lana che gli aveva regalato una sua amica pittrice e bulimica.

Spogliandosi X aveva accuratamente evitato di guardare negli occhi la ragazza per non rovinarsi lo spettacolo di quei fanali color nocciola. Ogni volta, infatti, restava imbambolato davanti al suo viso, un viso da gatta, uno di quei volti che promettono molto e mantengono poco, da intenditori senza dubbio.

Y aveva una famiglia disastrata alle spalle e, come tutta una generazione, tentava di fare finta di nulla, ma i segni di un passato complicato li portava poco sotto i polsi, due semplici linee bianche e silenziose, buone oramai solo a ricordare che tanto vale andare avanti.

X si sedette al tavolo e solo in quel momento si accorse di Enrico, un ragazzo alto con la faccia buona e bastonata che da qualche anno si era preso l’impegno, a tratti sovraumano, di amare Y. E c’era riuscito anche bene, fino ad ora. Il ragazzo, infatti, era visibilmente agitato, e alla vista di X, saldò il conto e se n’andò in tutta fretta. X era perplesso.

Convinto, com’era, di andare ad una cena intima, cominciò a sentirsi in imbarazzo e fuori posto, sensazione che finì non appena la ragazza gli si gettò addosso, abbracciandolo.

Questo era il loro rapporto: effusioni affettuose, confessioni notturne, qualche fugace bacio rubato e soprattutto molte telefonate. Un’amicizia. Per volontà di lei naturalmente. Fosse dipeso da lui... ma non dipendeva da lui ed allora meglio adeguarsi e prendere quel che c’era da prendere.

Ordinarono wurstel, crauti e birra. Si finsero bavaresi per un po’. Amavano fingersi qualcun altro, anche solo per un attimo. In quei momenti ripercorsero tutte le tappe obbligate di una grande storia d’amore. Si guardarono, si scoprirono, si amarono, si confessarono, si fecero del male e poi si perdonarono ed, in fine, certi che la separazione fosse la scelta migliore, si lasciarono. Tutto in appena un’ora.

Lui tornò a casa in motocicletta nel gelo desolante di una notte di Gennaio. Maledicendo il giorno (e l’estate) in cui scoprendola vergine, non se la sentì di scoparla  Anche lei tornò a casa ad accudire un padre, vittima dei propri fantasmi, e a farsi accudire per telefono dal suo devoto e sfortunato compagno. Entrambi andarono a dormire con la nostalgia di un amore mai consumato.

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giovedì, 12 gennaio 2006
Attilio non le diceva nulla.

Attilio aveva 43 anni, era alto un metro e ottantatre e pesava più di cento chili. Aveva un paio di occhi azzurri profondissimi ed in testa teneva un mucchio di ricci imbiancati. Era disoccupato. In gioventù era stato centravanti nelle giovanili dell’Ascoli. Era forte fisicamente ma di scarsa di tecnica. Per questo motivo non era mai stato preso in considerazione seriamente da una società importante. Conclusa la carriera sportiva era entrato nell’arma dei carabinieri. Ci aveva passato diversi anni. Aveva imparato a sparare discretamente e ad obbedire agli ordini. La disciplina gli aveva fatto bene. Era persino dimagrito. Poi però, complice un impiego di un certo prestigio presso il Banco di Santo Spirito, rimediato tramite l’intercessione dei genitori, aveva smesso la divisa. Nell’istituto di credito era resistito poco più di un anno. Lo sportello non faceva per lui. E quello era stato l’ultimo lavoro “vero”.

Adesso Attilio viveva in casa con sua madre, donna Cecilia, una fobica di settant’anni che non si era mai rassegnata alla povertà cadutagli addosso in seguito alla morte del marito, grosso funzionario statale. Ancora pagava il portiere per farsi portare via la spazzatura in quanto lo riteneva sconveniente per una donna del proprio rango. Attilio non le diceva nulla. In fondo aspettava solo (affettuosamente, s’intende) che tirasse le cuoia e si togliesse dai coglioni.

Attilio non aveva una relazione fissa. O meglio non ne aveva proprio, se si escludono alcune signorine capoverdiane che dietro compenso gli elargivano attenzioni fugaci ma ben recitate che lui si regalava con il denaro racimolato portando a spasso i cani del vicinato.

Attilio era felice? No. Non si può dire. Appagato? Nemmeno. In pace con se stesso? No ma ci avviciniamo. Abulico? Sì, ecco. Attilio era fieramente abulico.

Poi un giorno, era mattina presto, Attilio se ne stava nel parco insieme al povero Darko. Darko era un meticcio di tredici anni che per via di una prostata mai curata, andava al cesso con gran difficoltà (come se non bastasse dover fare i propri bisogni davanti a tutti). Ad Attilio piaceva il parco a quell’ora. Poteva inseguire i propri pensieri e quella mattina pensava che il libero arbitrio era un’invenzione degli esseri umani, che ai cani una cosa così assurda non gli sarebbe mai venuta in mente. Gli sarebbe piaciuto poterlo chiedere direttamente a Darko, ma la povera bestia era anche un po’ sorda.

Insomma i due passeggiavano tranquilli lungo il viale che costeggiava la villa, quando Darko cominciò ad abbaiare al vuoto. Ferocemente.

Era presto. Le persone con una vita normale erano altrove. Attilio si guardò attorno: se si escludeva la leggera nebbiolina che aveva invaso il prato e una Mercedes nera parcheggiata poco più in là, infatti, non c’era anima viva in giro. Ma Darko non accennava a smetterla. Pareva indiavolato. Come se avesse visto un altro cane, ma di quadrupedi in vista non ce ne stavano. Attilio tirò il guinzaglio a se. Il vecchio bastardo però aveva addosso ancora una forza invidiabile per la sua età. Poi l’uomo si accorse che il cane stava abbaiando all’auto. Che si trattasse di un rigurgito luddista? La bestia contro la tecnica? Si chiese Attilio, mentre avvicinava il suo orecchio al veicolo. E fu in quel momento che sentì una specie di rantolo.

Attilio fece un salto. Nel cofano c’era qualcosa… o qualcuno! Si guardò attorno di nuovo: era sempre solo. Darko non la smetteva di abbaiare. Guardò meglio. No, in effetti, in lontananza, nella nebbia, si scorgeva un signore sulla sessantina che faceva jogging. Attilio cercò di attirare la sua attenzione, sbracciandosi, ma quello per via delle cuffiette del walkman era perso in chissà quale paradiso new age. Allora Attilio prese il coraggio a due mani, (anzi una sola, perché nella sinistra aveva il guinzaglio del cane) e con la destra diede un colpetto al cofano. Toc.

Silenzio. Nessuna reazione.

Poi un guaito… Ma che cazzo era? Una voce… una voce di donna! Stava dicendo qualcosa! Stava chiedendo aiuto!

Attilio era atterrito. Poi capì che cosa doveva fare ed estrasse il suo vecchio Nokia dalla giacca a vento. Fece sfilare i nomi della sua rubrica. Per un attimo si accorse di essere molto solo e di fare una vita molto triste. Ma fu un pensiero che durò solo un secondo perché subito trovò quello che stava cercando: Gennaro Favilla.

Gennaro era stato il suo capo, quando Attilio stava nei carabinieri. Era l’unica persona che lo stimasse e, a parte il portiere, l’unica che ancora gli facesse gli auguri di natale. Come ho detto prima, era presto e, infatti, il telefonino squillò un po’ a vuoto. Poi però la voce del maresciallo Favilla esplose pronta: “Bonifazi! Cosa posso fare per te!”

“Marescia’, stavo portando Darko ed è successo che ha preso ad abbaiare e, insomma, credo che sia successo qualcosa…” 

Qualche ora dopo i vigili del fuoco erano riusciti ad aprire il cofano dell’auto con l’aiuto di un piede di porco. Quando n'era venuta fuori la ragazza, un carabiniere l’aveva avvolta subito in una coperta di lana. Era seminuda e infreddolita. Aveva il volto deformato da numerosi ematomi e imbrattato di sangue rappreso. Non era italiana. Sembrava dell’est. Ma Attilio non ne era sicuro. “Chissà quanto tempo è stata la dentro.” Pensò lui.

Quando un’ambulanza la portò via, lei nemmeno si guardò attorno. Lo avesse fatto, avrebbe forse visto, dietro la folla di curiosi accorsi chissà da dove, Attilio e Darko immobili come statue.

Più tardi Attilio riportò Darko del dottor Mencocci, suo legittimo proprietario. Poco prima la bestia era finalmente riuscita fare i propri sofferti bisogni. Li aveva portati a termine davanti alla macelleria di Ferdinando, che era romanista, ed essendo Attilio laziale, non si era preoccupato di usare l’apposita paletta per pulire. Quando rientrò in casa, donna Cecilia, che stava in cucina a mangiare uova e peperoncino, gli chiese: “Attilio mio… a quest’ora mi torni? La pasta si è freddata tutta!” “Scusa mamma… Sai… Darko ha i suoi problemi.”

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lunedì, 02 gennaio 2006
Regalo di natale

Un’infermiera con in testa un cappello rosso e bianco da babbo natale si affacciò nella sala d’aspetto del pronto soccorso. Si guardò attorno, perplessa. C’era solo X in tutta la stanza. Se ne stava seduto zitto e buono su una delle sedie di plastica rosse, pallido ed emaciato in volto. La donna disse: “Lei è qui per…” X si alzò: “Sì…” “Mi segua, pure.”

X raccolse la sua giacca ed entrò nel reparto. L’infermiera sulla quarantina lo precedeva a falcate decise, nonostante gli zoccoli orrendi e pesantissimi che indossava. X passò davanti ad un cucinotto. Dentro c’erano gli altri infermieri, alle prese con una meravigliosa pasta alle vongole cucinata su un fornelletto da campeggio. “È natale anche per loro”, pensò X.

Arrivarono in fondo al corridoio. Lì l’infermiera si fermò di colpo e con fare deciso disse a X: “C’è stata una minaccia di aborto. Il bambino per ora sta bene, ma la situazione è critica. Se passerà la notte ci sono buone speranze che tutto si risolva. Ora le abbiamo fatto una flebo. Dormirà per un po’. Credo che dovrebbe stare vicino a sua moglie. Normalmente non lo permettiamo, ma, santo Dio, è natale…. Non può mica passarlo da sola?” La donna aprì la porta della stanza, ci spinse dentro X e, poi, prima di congedarsi, disse: “Passerò a controllare più tardi. E, mi raccomando, le faccia sentire che c’è. È importante. Per lei e per il bambino.”

X si guardò attorno, intimorito. Lei era nel letto. Aveva un aspetto emaciato. Si leggeva ancora sul volto la sofferenza e soprattutto la paura che si era presa. Anche se adesso, forse per via degli antidolorifici che le avevano somministrato, sembrava serena.

X si accorse che le gambe gli tremavano, perciò si sedette accanto a lei. “Che situazione assurda…” Pensò. Poi si guardò di nuovo attorno.

Erano soli. Il letto accanto era vuoto. Una luce fioca sul comodino illuminava moderatamente la stanza. C’era un quadro molto brutto alla parete. Un paesaggio talmente poco caratterizzato da poter assomigliare a qualsiasi luogo. X pensò che si adattava perfettamente all’arredamento complessivo della stanza. Poi, dopo aver lanciato un’occhiata distratta all’albero di natale di plastica frettolosamente addobbato e abbandonato nell’angolo, si voltò verso di lei.

La sua pancia era perfettamente tonda. I seni ci si adagiavano sopra, quasi affettuosamente. Le labbra mostravano dei piccoli tagli: se le doveva essere mordicchiate durante il viaggio fino all’ospedale. I capelli corvini e nervosi le incorniciavono il volto e il sonno le donava un’aria innocente. "E'molto bella, nonostante tutto," pensò X.

Del sangue rifluiva inutilmente dal tubicino che aveva nel braccio. La sua mano giaceva distesa, aperta, quasi in attesa di qualcosa. X, si decise e la afferrò.

Era calda, a differenza di quella di X, e lei, senza svegliarsi, la strinse con sorprendente enrgia. X fu colto da un moto di disagio, tanto che quasi tirò via la propria, ma poi gli vennero in mente le parole dell’infermiera vestita da babbo natale e non lo fece. Anzi chiuse gli occhi, si lasciò andare sulla sedia, assaporò il silenzio e il calore di quella strana ed insperata notte di natale e si assopì dolcemente, dimenticandosi persino delle coliche renali per le quali era arrivato fino in ospedale.

Postato da: Nonnobizzarro a 19:16 | link | commenti |

Ci sto provando...

Ho trovato il tuo indirizzo sull’elenco telefonico in biblioteca. Stavo cercando il numero di un meccanico ed eccoti là. Chi poteva immaginare che per quasi 10 anni hai vissuto a poco meno di due miglia da casa mia? Quanti anni hai adesso? Dovresti essere sulla quarantina. Sei nata a Giugno, giusto? O era Maggio? Mi sa che il presidente era Hiesenhower, ma magari invece era J.F. Kennedy e mi sto sbagliando.

Lavori ancora in quel negozio di vestiti usati dalle parti di Ludlow Street? Esci ancora con quel tipo, quello alto, con i capelli strani… No, scusa, fai come se non avessi detto nulla. Non è giusto da parte mia parlarti così. So bene che non sono stato il migliore dei padri, ma la situazione non era facile.

La ragione per cui ti scrivo questa lettera è che mi piacerebbe incontrarti, fare due chiacchiere, di quelle che si fanno normalmente un padre e una figlia. Potremmo buttarci il passato alle spalle, mangiare una pizza e magari bere una birra.

Vedi ancora tua sorella Emily? Potresti portare anche lei, se vuole venire. Però non voglio parlare di come sono andate le cose, ok? Del motivo per il quale non sono venuto al tuo matrimonio o del perché non c’ero il giorno della tua laurea. Vorrei poterti spiegare, trovare delle buone ragioni, ma non credo di poterlo fare...

Potremmo cercare di restare in campo neutro, trovare degli argomenti che non ci facciano male, tipo che potremmo scegliere un libro e leggerlo prima di vederci e poi potremmo sederci al tavolo di un ristorante e sfogliare il menu e parlarne un po’ mentre mangiamo. Vedi, se non avessimo mai problemi la vita sarebbe così: semplice, serena, naturale… Ah, non mi piacciono molto i thriller. E poi non voglio sapere se ho nipoti, non c’è bisogno che mi dici in cosa ho sbagliato e non voglio sapere cosa ti è successo dopo i trenta. Potremmo vederci al Rivedale Diner. Che ne dici? O è troppo lontano da casa tua?

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domenica, 01 gennaio 2006
Tempo di tirare le somme...

E' il 2006. Da ragazzino non pensavo sarei mai arrivato tanto lontano. Il mio cervello non riusciva nemmeno ad immaginarla una cifra più grande questa. E, invece, ci siamo. Quarta decade...

E allora vediamo un pò forse è tempo di tirare le somme...

Sono trent'anni, infatti, che la cultura pop mi bersaglia di input e che io faccio resistenza passiva,

vediamo in questa prima parte di esistenza che cosa mi è parso di capire:

I 5 libri che ho amato di più:

1)Jim entra nel campo di Basket (The Basketball Diaries) - J. Carroll

2)Mattatoio numero 5, ovvero la crociata dei bambini - K. Vonnegut

3)Trilogia della città di K. - A. Kristof

4)Ti prendo e ti porto via - N. Ammaniti

5)Le particelle elementari - M. Houllebecq

I 5 dischi che ho amato di più

1)Nevermind - Nirvana

2)Vitalogy - Pearl Jam

3)Pink Moon - Nick Drake

4)La storia - Rino Gaetano

5)Grace - Jeff Buckley

I 5 Film che ho amato di più

1)I 400 colpi - F. Truffaut

2)Freaks - T. Browning

3)Io la conoscevo bene - A. Pietrangeli

4)Divorzio all'italiana - P.Germi

5)Ed Wood - T. Burton

I 5 fumetti che ho amato di più

1)Moonshadow - J.M. De Matteis e J.Muth

2)Calvin e Hobbes - B. Watterson

3)Sandman - N. Gaiman

4)Enigma - P. Milligan

5)V for Vendetta - A. Moore

Ecco questo è tutto il pop che ho amato in questi primi trent'anni di permaneza su questo pianeta.

Chissà se Nick Hornby sarebbe fiero di me? 

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mercoledì, 21 dicembre 2005

Troverete che Aruba è un’isola olandese molto sicura, stabile ed amichevole all’interno del Regno dei Paesi Bassi. Il governo ha dotato l’isola di tutte le moderne attrezzature cui il turista è abituato ad avere a casa propria. Le persone sono molto educate, spesso parlano diverse lingue e sono generalmente considerate molto felici. La maggior parte di loro gode di un elevato tenore di vita e quasi tutti coloro che vogliono trovare lavoro riescono a trovarlo. Aruba viene promossa al pubblico come isola sofisticata, quindi non troverete campeggi, barboni o fastidiosi venditori di strada. I poliziotti di solito sono sorridenti, così saprete che va tutto bene ad Aruba.

Susan non poteva che essere d’accordo. Del depliant la colpì in particolare quell’ultimo passaggio sull’assenza di barboni sull’isola. In effetti, non ne aveva visti. Chissà cosa ne facevano, dove li nascondevano… “Sì”, penso tra sé la donna, “Va tutto bene ad Aruba. Tranne mia madre che sta morendo.” Ora bisognerebbe fare un passo indietro per cercare di capire che cosa ci facevano lei, suo fratello David e sua madre Vicky in un ospedale delle ex Antille Olandesi il 1 gennaio del 2000. La Risposta a questa legittima domanda va cercata in un articolo di Playboy di Novembre (coniglietta del mese Cara Wakelin) che cantava le lodi di questo piccolo gioiello dei Carabi. David lo aveva letto e aveva deciso di acquistare un biglietto per una crociera natalizia che toccasse, tra gli altri luoghi ameni, anche la piccola Aruba. 

 

Bene. O quasi. Perché la crociera era ben al di sopra delle loro possibilità, che al momento erano piuttosto ristrette. David, dopo aver lavorato per anni per una azienda di forniture belliche ora si ritrovava, a cusa (per metterla come la metteva lui) di quel coglione di Clinton, (per il quale però, come tutti gli americani, nutriva una tacita forma di devozione, per via delle pratiche oratorie della signorina Lewinski) senza lavoro. “Tempo di pace tempo di magra!" Era soliti ripetere David.

Susan dal canto suo perdeva il suo impiego d’infermiera un giorno si e l’altro pure, un po’ perché le contrazioni del mercato richiedono una certa flessibilità… un po’ perché non era mai stata in grado di risultare simpatica a nessuno. Pazienti esclusi, fortunatamente. Vicky quindi, con la sua pensione da segretaria, mandava avanti un po’ tutta la braca, ex mariti ex mogli e figli dei suoi figli compresi.

Dunque fu proprio con la carta di credito della vecchia che, dopo aver ben vagliato la questione, David decise di comprare tre biglietti. “Sarà probabilmente l’ultima vacanza con la vecchia! È giusto che sia memorabile.” Disse alla sorella per telefono.

A quella dimostrazione di inguaribile idiozia, Susan rimase in silenzio, basita come sempre di fronte alle follie del fratello. Riuscì solo a commentare un profetico: “Ma non pensi che forse potrebbe essere un po’ stancante per Mamma? In fondo ha 84 anni!” Fu inutile, naturalmente.

Ed ecco che ora si ritrovavano nel corridoio del Dr. Horacio Oduber Hospital a vegliare il coma della vecchia.

Galeotto fu il pranzo di natale e la più grossa aragosta che i tre avessero mai visto: un animale preistorico dallo sguardo vacuo e vagamente intimidatorio che il cuoco della nave aveva pensato bene di cucinare al vapore. In seguito a quel pasto Vicky si era sentita poco bene… “Per forza con quello che ha mangiato!” Obiettò David. Ma Susan, che di lavoro faceva l’infermiera, aveva intuito che c’era qualcosa che non stava andando per il verso giusto.

Mentre Susan si girava tra le mani il depliant, che diceva anche:

Quando si pianificano le proprie vacanze, una cosa importante da considerare può essere la possibilità di disporre di buone strutture mediche in caso di malattia o incidente. Coloro che si preoccupano di queste eventualità possono rimanere tranquilli se intendono visitare Aruba.

uscì dalla stanza della vecchia, il primario. Un tipo alto e nero, con una certa somiglianza con Bill Cosby, prima maniera… “Ma forse qualsiasi negro in camice fa venire in mente i Robinson.” Pensò, non senza un brivido di senso di colpa, Susan, solo per averla pensata la parola “negro”.

“Signori, voglio dirvi che la situazione è piuttosto grave. Non credo che vostra madre uscirà dal coma…”

“Non è possibile! Sono certo che se fossimo a New York ora mia madre starebbe con noi a festeggiare!” David diede sfogo alla sua innata tracotanza yankee.

Il dottor Robinson non fece molto caso alla stupidità del bianco. Ci era abituato.

“Se lo ritenete opportuno esiste un servizio di ambulanze volanti. Vi porteranno in suolo americano in poche ore, ma non credo che la signora andrebbe spostata!”

“Certo che lo preferiamo!” Concluse David, fiero di se.

“Come volete, vado a riempire le pratiche necessarie allora.”

Susan, come sempre di fronte alle manifestazioni di aggressività del fratello, non aveva spiccicato parola. Ora però decise di dire la sua: “Forse non dovremmo spostarla.”

“E tu vorresti lasciarla qui? Ma non vedi che il posto è vuoto? Sono tutti a festeggiare il fottuto capodanno!”

“David io non…” E poi tacque. Tanto non sarebbe servito a nulla. Sapeva che su madre non sarebbe mai uscita dal coma, sapeva che era già morta, che non c’era nulla da fare. Lo sapeva non solo perché era un’infermiera professionista, ma anche e soprattutto perché dentro di sé per la prima volta era serena.

Qualche ora dopo erano in volo su un piccolo e traballante apparecchio attrezzato per il trasporto di degenti. Susan teneva la mano della madre che se ne stava sdraiata nel lettino intubata e in vita per grazie al respiratore. La vecchia sembrava piccola, leggera, una bimba. David guardava il mare dal finestrino perchè non aveva il coraggio di guardare sua madre. In fondo per tanti anni aveva fatto il pilota per la U.S. Airforce e farlo gli era sempre venuto meglio che fare il figlio.

Una hostess carina e gentile uscì dalla cabina di pilotaggio… si rivolse direttamente a Susan, riconoscendole forse il coraggio necessario a prendere una decisione in merito alla domanda che stava per fargli e che era questa: “Stiamo per atterrare… Vogliono sapere se è necessario un prete… per l’estrema unzione… voglio dire… Mi dispiace.” Il sorriso accondiscendente di Susan tolse la ragazza dall’imbarazzo. Anche lei si era trovata tante volte in quella situazione spiacevole.

“Non… so mi dia cinque minuti.”

“Certo.”

Susan guardò di nuovo il fratello. Era ancora incantato a scrutare il mare sotto di lui. Poi guardò Vicky. Poi ci fu un vuoto d’aria. A Susan mancò il respiro. Chiuse gli occhi.

Quando li riaprì notò con sgomento che anche quelli di sua madre erano aperti. La vecchia guardò sua figlia e sorrise. Susan si avvicinò all’orecchio della madre. Avrebbe voluto dire qualcosa di bello, di importante, di eterno ed, invece, come sempre, fece il suo dovere: “Mamma, vogliono sapere se vuoi un prete.”

La donna fece cenno alla figlia di avvicinarsi. Susan avvicinò la testa alla bocca della donna e distintamente intese le seguenti parole: “Che il diavolo mi porti… Non ci penso proprio!”

Poi la vecchia chiuse gli occhi e smise di respirare.

Non erano granché come ultime parole, pensò Susan. Ma d’altronde Vicky non era mai stata molto diplomatica. Come consolazione c’era il fatto che, tecnicamente, era morta in territorio americano. Lei, che si era sentita sempre così profondamente a stelle e strisce, era riuscita a morire in patria anche se, mai come in quel momento, aveva dimostrato di essere una solida, coriacea e inossidabile donna polacca.

Susan guardò suo fratello, che non si era accorto di nulla. Si chiese se fosse il caso di raccontargli ciò che era successo, ma poi pensò che quell’ultimo insperato momento d’intimità lo avrebbe conservato per se. E così fece.

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domenica, 06 novembre 2005

"Ti rendi conto che tua madre ti usa per portarsi a letto uomini più giovani di lei, vero?" le disse Bill Cullen.

Susan non potè fare a meno di notare che aveva la stessa espressione di quando ai concorrenti del suo show, The Price is Right, rivolgeva domande tipo:

"Un tostapane General Electric con timer incorporato, con cui preparare ottimi toast per i vostri amici... Bene Susan... qual'è il prezzo giusto?"

Già. Suppongo questo sia il motivo per il quale i comici non vengono mai chiamati per fare orazioni funebri. Il fatto è che non si riesce a separare la faccia dal ruolo. Andrebbe a finire che tutti si aspettano la battuta da un momento all'altro ed, invece, quella non arriva mai e resta solo silenzio. Un imbarazzato silenzio.
Come in questo caso.
Perchè, naturalmente, Susan non rispose alla domanda... giocandosi la possibilità del superpremio finale.
Il fatto era che non c'era un prezzo giusto, anche se Susan aveva la chiara sensazione di star pagando qualcosa.
Domanda di riserva:
"Lo sai che sei seduta a questo tavolo solo perchè sono famoso?"
Dannazione... avrebbe dovuto prepararsi di più. In televisione sembrava più facile. L'emozione della diretta.
"Vedi... Susan, giusto?"
La ragazza annuì.
"Avrai sì e no sedici anni, vero?"
Annuì di nuovo.
"Ecco. E tua madre ne avrà una quarantina?"
Susan non riusciva a rispondere ad una sola domanda.
"Lo sai quante madri come la tua ho visto in vita mia? Donne di quaranta, cinquanta anni... belle di una bellezza sfiorita per via dei troppi gin, che, insoddisfatte della loro vita di casalinghe, commesse, segretarie, cercano riscattarsi offrendo a gente come me le loro belle figlie minorenni? Come se, scusami la franchezza Susan, scopare per interposta persona potesse dare un significato alla loro noia."
La ragazza guardò nel suo bicchiere. I cubetti di ghiaccio avevano cominciato a sciogliersi.
"Ma vedi... io, malgrado quello che pensa tua madre, non sono stato un uomo così fortunato nella vita. Cioè, adesso lo cose mi vanno bene, sarei pazzo a dire il contrario, ma... avrai certamente notato che zoppico. In televisione non si vede perchè quando mi sposto inquadrano sempre i volti tra il pubblico."
Susan lo aveva notato subito, appena era entrato nel locale.
"E' un ricordino che mi ha lasciato la polio."
Le luci erano troppo basse. I gestori del posto contavano troppo sulla luce delle insegne della strada che filtrava attraverso la vetrata.
"Per via di questo ricordino diciamo pure che da ragazzo non ero affatto popolare. Anzi diciamo pure che ero proprio uno sfigato. Mi era difficile persino avvicinarle le belle ragazze come te. Appena ci parlavo, quelle scappavano. D'altronde, chi vorrebbe stare con uno zoppo? "
Il locale era semi deserto. Ai tavoli, solo qualche impiegato, qualche segretaria, una prostituta ripulita e nessun negro.
"Poi un bel giorno le cose sono cambiate. Non ero più zoppo. Non facevo più ribrezzo. Anzi, ti dirò che le donne cominciavano persino a trovarmi interessante. Bello, no per carità, bello non lo sono mai stato, ma desiderabile, sì."
Susan si guardò attorno, in cerca di qualcosa che non trovò.
"Ma io lo so bene di essere zoppo. Me lo ricorda la mia gamba destra tutte le volte che devo scendere delle scale, salire in macchina o sdraiarmi in un letto."
Bill Cullen fece un respiro profondo. Si scolo l'ultimo dito di Gin che aveva nel bicchiere. Il ghiaccio rimasto tintinnò noncurante di quelle confessioni.
"Sono stato sposato due volte, sai?" continuò il presentatore. "e sto per farlo una terza... e sai perchè?"
Susan cominciò a sentire una forte nausea.
"Perchè mi piace innamorarmi. Perchè anche se non ci credo a questa balla dell'amore... non posso non ammettere che nella vita c'è poco altro d'interessante. Quando sto con la donna che amo mi dimentico della mia gamba, della polio, della guerra, mi dimentico persino che sono Bill Cullen il presentatore di The Price is Right! E questo, sarà stupido, ma mi fa stare meglio. "
Nausea. Ancora più forte.
"Insomma ragazza, quello che voglio dirti è che sei bella... di più, sei succulenta... e se fossi uno dei miei colleghi... o se solo avessi bevuto qualche gin in più... ora magari staremmo scopando in una camera d'albergo. Ma siccome, sono molto stanco e domani dobbiamo registrare, siccome sei minorenne e la legge è legge, e siccome sono innamorato della mia donna... ora prenderò le mie cose e me ne andrò a casa."
L'uomo si alzò, pagò al bancone, s'infilò la giacca ed uscì tra le luci della 52° strada.
Susan rimase sola. Non era sicura di aver capito tutto e poi gli veniva da vomitare. Si guardo in uno specchio alla parete. Era pallida.
Dal bagno del locale, uscì finalmente, sua madre. Vicky era bellissima nel suo vestito rosso. I suoi boccoli biondi le davano un'aria da Marylin, ma il suo viso tradiva una certa durezza che la diva non ha mai avuto. Si sedette al tavolino accanto alla figlia. Naturalmente le sue prime parole furono:
"Dove è Bill?"
Bill... pensò Susan. Ma se lo conosci a malapena? Ed Invece disse:
"E' andato via... a casa, credo."
Vicky rimase di sasso.
"Che cosa gli hai detto?"
"Niente, Vicky, niente."
Vicky non voleva che la figlia la chiamasse mamma e d'altro canto Susan non aveva nessun interesse a far sapere che quella donna era sua madre.
"Quante volte ti ho detto che agli uomini piacciono le donne silenziose?"
Susan non potè non accennare un timido sorriso. Sarebbe stato difficile spiegare alla madre che non era riuscita a rispondere neanche ad una domanda, che non era riuscita ad azzardare nemmeno un solo prezzo, che aveva fatto una delle figure peggiori mai viste in un quiz televisivo.
"Se parli va a finire sempre che sembri stupida. Se stai zitta, invece, gli lasci il beneficio del dubbio!"
Vicky si alzò, s'infilò il cappotto, arraffò una manciata di bustine di zucchero che stavano sul tavolo del locale pensando già al caffé della mattina seguente e uscì dal locale bofonchiando:
"Andiamocene!"
Susan, si alzò, si mise sciarpa e cappello. Nel farlo si guardò allo specchio. Era ancora pallida, ma almeno la nausea le era passata.

Postato da: Nonnobizzarro a 11:48 | link | commenti (3) |

martedì, 11 ottobre 2005

Vienna 1918, la guerra è appena finita, ma così tanta gente è morta che si fa fatica ad esserne felici. Non c'è cibo, nè lavoro, e, sopratutto, non c'è speranza. 

Ma c'è qualcuno in città a cui la vita sembra finalmente sorridere. Le cose hanno preso ad andare pere il verso giusto. Si tratta del pittore Egon Schiele. 

Perché?

Beh, primo luogo perchè il suo maestro Gustav Klimt gli ha lasciato la direzione della scuola d'arte della Secessione. Finalmente un riconoscimento importante e sopratutto uno stipendio sicuro. E poi perchè, dopo una vita sentimentale quanto meno travagliata, si è sposato con una giovane e bella ragazza di nome Edith che ama e da cui è amato.

Egon ha fortemente deciso di sorprendere tutte le persone che non lo credono capace d'essere felice. 

In estate comincia un quadro. Il ritratto di un giovane uomo che stringe forte tra le proprie braccia una giovane donna.  

Poi un giorno Edith gli annuncia di essere rimasta incinta. Lui apprende con gioia la notizia e decide di aggiunge tra le gambe della donna del quadro un piccolo cucciolo di uomo.

Poi, però, succede qualcosa.

Il 27 Ottobre del 1918 Egon scrive alla madre:

Cara mamma Schiele, otto giorni fa Edith si è ammalata di influenza spagnola e in più si è presa la polmonite. Oltretutto è al sesto mese di gravidanza. La malattia è molto grave e pericolosa - già mi preparo al peggio, dato che ha continuamente difficoltà respiratorie. Un  carissimo saluto, tuo figlio.

Il 28 Ottobre alle Otto di mattia Edith muore e con lei naturalmente anche suo figlio che non ha mai fatto in tempo a vedere la luce.

La sera prima Egon la ritrae in due disegni.

Il 31 Ottobre all'una di notte anche Egon muore dello stesso male. Le sue ultime parole sono: "La guerra è finita e io devo andarmene".

Tuttavia non furono i soli a "partire". Tra il 1918 e il 1919 l'influenza spagnola pandemica, altrimenti conosciuta come La grande influenza, uccise circa 50 milioni di persone.

Quel quadro s'intola "La Famiglia" e anche se incompiuto, è oggi esposto al Museo del Belvedere di Vienna. 

Postato da: Nonnobizzarro a 21:01 | link | commenti (4) |

domenica, 09 ottobre 2005

Una ragazza che somigliava, in tutto e per tutto, alla statua della libertà uscì dal confessionale. Vicky la guardò andar via a passi svelti. Per qualche ragione, forse per via del suo procedere ancheggiante, era certa che avesse confessato peccati della carne, peccati che, naturalmente, avrebbe compiuto ancora nonostante i buoni propositi.

Ora però toccava a lei. Vicky si fece avanti, entrò nel confessionale e s'inginocchiò. Dall'altro lato della grata c’era Padre Connelly, un vecchio prete irlandese, di quelli che si vedono nei film, devoto tanto a Gesù Cristo quanto a Jack Daniels e che senza strafare cercava di fare il suo lavoro, cosa che già può dirsi molto.

I due si conoscevano da sempre. Il prete l'aveva vista crescere e nel corso degli anni aveva avuto modo di raccogliere, attraverso le sue confessioni, tutti i segnali del passaggio di Vicky all'età adulta. Adesso Padre Connely non aveva più davanti la ragazzina con le ginocchia sempre sbucciate, ma una bellissima donna, madre di una bambina di un anno.

Che succede Victoria?

Il prete era l'unico che riusciva a chiamarla così perchè era l'unico che lei non aveva mai avuto il coraggio di redarguire.

Padre... non so come dirlo. E' per via di mio marito... di David.

Dimmi...

Mi vergogno molto padre...

Coraggio.

Ha un altra. 

Capisco.

Scusi padre, ma ne dubito.  

Guarda che anche se sono prete non vuol dire che non capisco cos'è l'amore.

No padre non è questo quello che volevo dire.

Allora che cosa stai cercando di dirmi?

È che con quella ci è sposato!

Scusa? Credo di non capire.

Ecco lo vede! Sì, padre... senza che gliela faccio lunga... ho scoperto che David in Connecticut ... si beh, è sposato con un altra, una certa Ellen Waddle.

Padre Connelly tacque. Faceva fatica a rassettare le idee. Vicky prese quel silenzio per disponibilità e allora continuò:

Per questo stava sempre in viaggio. Che, scema che sono, pensavo che era per lavoro e invece quello andava da lei. Padre! C'ha fatto anche dei figli. Due. E credo proprio che quella nemmeno sappia di me! Tanto meno sa di mia figlia!

Da quanto sono sposati?

Non saprei padre. Cinque anni, forse di più. Davvero non lo so… forse dovrei lasciarlo, ma come faccio? Non ho un lavoro, il mio l’ho lasciato… certo potrei provare a vedere se mi riassumono alla raffineria, ma comunque non avrei un posto dove andare a stare… perché dai miei non ci ritorno manco morta… e poi c’è mia figlia Susan che è il problema più grande. Che cosa dovrei fare con lei? Eh?

Si è sposato in chiesa?

Non lo so padre, credo di sì, ma cosa vuole che m’importi dove si è sposato…

E invece dovrebbe importarti. Vedi Victoria… il fatto è che se tuo mar… se David si è sposato in chiesa… il matrimonio vero… voglio dire quello celebrato davanti a dio è quello con questa tale … come hai detto che si chiama?

Ellen Waddle.

Ecco, sì, lei. Il vostro, per quanto sia stato celebrato anche esso in chiesa, non ha alcun valore.

Padre cosa sta dicendo? Ci ha sposato lei!

Lo so… ma quello non conta. David ha sbagliato, mi pare chiaro, il suo comportamento è certamente da biasimare, ma se le cose stanno come dici, lo devi lasciare, devi farti cristianamente da parte… perché quello accanto a lui non è il tuo posto…

Padre, ma quello che dite non ha senso…

Vicky, potremmo discuterne per ore e la mia posizione non cambierebbe… Non cambierebbe perché non può cambiare. Vedi… io, il mio punto di vista, non c’entra nulla, perchè il matrimonio è una promessa fatta al signore. Se David non ha avuto la forza di mantenerla, questa promessa, ha compiuto un atto orribile ma resta comunque il fatto che solo quella prima promessa è stata fatta onestamente… con un’anima vergine. La seconda… la tua… è stata una menzogna. Consapevole o meno, questo non spetta a me stabilirlo… Per questo motivo le cose stanno così. L’unica cosa che puoi fare è farti da parte e portare questa tua croce con dignità. Vedrai che Dio saprà riconoscere che hai fatto la scelta più saggia e giusta e te ne renderà merito.

Vicky ammutolì di fronte alle rocciose certezze di Padre Connelly.

Anche il prete tacque per qualche secondo, poi aggiunse:

So che forse, ora, tutto questo ti sembrerà ingiusto, ma sono certo che col tempo scoprirai che si tratta della cosa migliore da fare. Lo capisci questo Victoria?

Vicky non rispose mai a quella domanda e questo non perché fosse una domanda retorica, ma perché non fece in tempo nemmeno a sentirla. Quando Padre Connelly gliel’aveva posta, infatti, la ragazza era già andata via da quel posto. Procedeva a grandi passi verso casa. Non ebbe alcuna voglia di lanciare nemmeno un’ultima occhiata a quell’edificio in cui era cresciuta e in cui, davanti a Dio o chi per lui, aveva promesso in quel momento di non entrare mai più. Se lo avesse fatto avrebbe forse notato che:

La Saint Patrick Catholic Church, chiesa frequentata assiduamente da tutta la comunità, era stata tirata su in mattoni rossi come quasi tutti gli edifici del quartiere. Il motivo di questa insolita muratura era che il sindaco Westwood l’aveva fatta costruire alla società di un certo Tim Tamisea, figura di spicco della comunità cattolica irlandese che negli anni venti con manovre, più o meno limpide, aveva edificato mezza Yonkers proprio con quei mattoni rossi, mattoni che, naturalmente, produceva presso una sua fabbrica in New Jersey.

Per la cronaca, oggi, la Saint Patrick Catholic Church non esiste più. Al suo posto c’è la scuola superiore F.D. Roosevelt, che è stata costruita con gli stessi mattoni rossi, ma che, malgrado gli sforzi della ministero dell’educazione, è comunque molto meno frequentata.

Postato da: Nonnobizzarro a 18:47 | link | commenti |



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